Thaddaeus Ropac Gallery presenta a Milano Duchamp e Sturtevant

Irving Penn, Marcel Duchamp (1 of 2), New York, 1948. Gelatin silver print. © The Irving Penn Foundation
Thaddaeus Ropac Milano presenta un dialogo artistico e intellettuale senza precedenti tra due pionieri: Marcel Duchamp (1887 - 1968), padre dell’Arte Concettuale, e Sturtevant (1924 - 2014), la cui pratica innovativa ha interrogato criticamente la struttura concettuale dell’arte in un mondo post-duchampiano. Un “movimento individuale”, come lo descrisse Willem de Kooning, Duchamp diede inizio a una rivoluzione artistica con i suoi “ready-made”: oggetti comuni che elevò allo status di capolavori grazie alla sua semplice scelta. Proprio come Duchamp ripudiò l’“arte retinica”, le ripetizioni radicali di Sturtevant, basate sulla memoria delle opere dei suoi colleghi, diedero vita a un ulteriore “salto dall’immagine al concetto”. Nel corso di quattro decenni, Sturtevant ha ripetutamente utilizzato lo stile di Duchamp come mezzo per indagare la “sottostruttura” della sua opera: come è stata realizzata, consumata e, soprattutto, canonizzata. Riprendendo il titolo dall ironica osservazione di Sturtevant, Dialogues are mostly fried snowballs (I dialoghi sono per lo più palle di neve fritte) riflette la propensione di Duchamp per le battute spiritose. Dal primo ready-made di Duchamp, Porte-bouteilles (Scolabottiglie, 1914/64), agli oggetti erotici di entrambi gli artisti, fino alle ripetizioni di Sturtevant della fondamentale Fountain di Duchamp (1917), questa prima mostra dedicata a due artisti inimitabili e provocatori mette in luce la lungimiranza della loro pratica nell'era della riproduzione digitale e della replicabilità  dell’intelligenza artificiale. 

Nel 1937 Marcel Duchamp incontrò l’eminente filosofo e critico culturale Walter Benjamin e gli mostrò una copia in collotipia del suo storico dipinto del 1912, Nu descendant un escalier (N°2) (Nudo che scende le scale (No.2). Come Benjamin annotò nel suo diario, rimase profondamente colpito dalla natura “mozzafiato” della stampa, al punto da prendere nota di “menzionarla forse” nel suo saggio visionario “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1935-39). Le collotipie di Duchamp del 1937 di Nu descendant un escalier – una delle quali è esposta alla Galleria Thaddaeus Ropac di Milano – destabilizzarono il concetto stesso di Benjamin dell’aura incontrovertibile di un’opera d’arte originale. Decenni dopo, Sturtevant avrebbe ripetuto l’opera cubista-futurista di Duchamp in Duchamp Nu descendant un escalier (1967/68), esplorandone le origini nei primi anni del cinema e della cronofotografia per creare il proprio film – proiettato in maniera ben visibile all’ingresso della mostra – in cui le immagini sovrapposte scompongono il movimento dell’artista nuda mentre scende una scala. Sturtevant non cerca di evocare l’aura benjaminiana dell’opera di Duchamp, ma proprio di sezionarla. Come ha affermato Sturtevant, «La mia intenzione è quella di ampliare e sviluppare la nostra attuale concezione dell’estetica, di indagare l’originalità e di esaminare il rapporto tra originale e origini, aprendo lo spazio a un nuovo modo di pensare». Le ripetizioni di Sturtevant incarnano la quintessenza della “materia grigia” lodata da Duchamp.  

In tutta la mostra viene messo in scena un confronto intellettuale tra i ready-made di Duchamp e le loro ripetizioni realizzate da Sturtevant. Il Porte-bouteilles (Scolabottiglie) di Duchamp è appeso sopra lo spazio principale, a guardare i suoi discendenti, mentre il suo giocosamente irriverente Trébuchet (Trappola, 1917/64), è esposto sul pavimento, minacciando di far inciampare lo spettatore, proprio come un tempo fece l’artista stesso. [Mentre Duchamp cercava di “de-divinizzare” l’artista attraverso l’apparente non-artisticità del ready-made, ironicamente contribuì a fare la sua apoteosi nella storia dell’arte, un processo che Sturtevant esamina attentamente]. Per Sturtevant, il ready-made di Duchamp incarnava la sua “forza di resistenza”; nelle sue stesse parole, «Ciò che Duchamp non ha fatto, non ciò che ha fatto – che è ciò che ha fatto, individua la dinamica del suo lavoro. [...] Quindi, la grande contraddizione è che rinunciare alla creatività lo ha reso un grande creatore». Come spiega Dialogues are mostly fried snowballs (I dialoghi sono per lo più palle di neve fritte), i radicali ready-made di Duchamp rispecchiano il gesto avanguardistico della ripetizione di Sturtevant. Rinunciando al primato del visivo, Sturtevant ha ripetuto manualmente il lavoro dei suoi contemporanei in uno sforzo paradossale di smaterializzarlo, per accedere al “silenzio interiore dell’arte”. La mostra offre una miriade di ripetizioni di Sturtevant della leggendaria Fontana (1917) di Duchamp, spaziando tra fotografia, collage, disegno e scultura. Sotto lo sguardo incisivo di Sturtevant, l’orinatoio firmato da Duchamp diventa il luogo di una continua indagine sul suo status di oggetto di culto. Il vero soggetto dell’opera di Sturtevant è il discorso che circonda i ready-made duchampiani, piuttosto che gli oggetti stessi.

La mostra esplora i temi chiave ricorrenti nell’opera di Duchamp, che spaziano dal cinetico all’erotico, e che Sturtevant sublima nel proprio lavoro. Il Rotorelief (1965) di Duchamp gira su un giradischi montato a parete accanto al Duchamp Rotary Disc (Lanterne Chinoise) (1969) di Sturtevant, il suo studio assiduo dell’opera, scarabocchiato con annotazioni e diagrammi che ne sondano la creazione, provocando una transizione dal regno dell’illusione ottica a quello dell’ideazione. Gli oggetti erotici di Duchamp – dal suo inquietante Objet-dard (1951/62) alla sovversiva Feuille de vigne femelle (1951/61) – sono ulteriormente giustapposti alle ripetizioni di Sturtevant delle sue opere feticistiche, come Duchamp Coin de chasteté(1967). Mentre le opere trasgressive di Duchamp cristallizzano il suo perenne interesse per l’erotismo come luogo centrale dell’esperienza umana, «sfruttando gli scivolamenti tra l’opera d’arte e il feticcio», come scrive lo storico dell’arte Paul B. Franklin, le ripetizioni di Sturtevant dichiarano apertamente di “eliminare la rappresentazione” per approfondire ulteriormente il loro potere metafisico come oggetti d’arte. Per lo scrittore Bruce Hainley, «Sturtevant ripete le opere per la necessità di una riconoscibilità catalitica, stimolando un’indagine su ciò che permette all’arte di essere tale, in modo che l’intera struttura dell’arte venga riconsiderata in modo orizzontale e non lineare».

Il fulcro della mostra è costituito dalla straordinaria opera di Duchamp intitolata De ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy (La Boîte-en-valise) (1966): il “museo portatile” curato dall’artista stesso. L’opera autocelebrativa, che apparteneva alla moglie di Duchamp, “Teeny”, racchiude tre repliche in miniatura – ... Pliant ... de voyage (1916), Fontaine (1917) e Air de Paris (1919) – oltre a 77 riproduzioni delle sue opere, tra cui molte di quelle esposte in Dialogues are mostly fried snowballs (I dialoghi sono per lo più palle di neve fritte) e una fotografia del 1936 di Porte-bouteilles di Man Ray, anch’essa in mostra. Altrettanto affascinante, Duchamp Ciné (1992) di Sturtevant attira lo spettatore verso un’enigmatica manovella di un macinacaffè sotto la proiezione del suo film, che, quando viene girata, attiva un flusso di vignette delle ripetizioni di Sturtevant dell’opera di Duchamp intravista attraverso una piccola apertura nel muro. Richiamando il tableau con spioncino e l’ultima opera di Duchamp, Étant donnés (1966; Philadelphia Museum of Art), l’ingegnoso dispositivo di Sturtevant funziona come una retrospettiva interattiva delle pratiche intrecciate dei due artisti. Spingendo ulteriormente le ambiguità autoriali, Sturtevant fonde la sua identità artistica con quella dell’alter ego strategico di Duchamp – e potenziale coautore di La Boîte-en-valise – Rrose Sélavy, in una mini-diapositiva della sua opera Duchamp Wanted (1992). È affascinante notare che quando Duchamp e Sturtevant si incontrarono per la prima volta a New York negli anni ‘60, lei gli mostrò una ripetizione del suo lavoro e, come lei stessa ricorda, «Marcel [...] disse: “Dove l'hai presa?”. Quindi non si è mai saputo se lui si rese conto che non era una sua foto o se pensò davvero che fosse sua».  

Dialogues are mostly fried snowballs (I dialoghi sono per lo più palle di neve fritte) mette in luce lo spirito di sovversione incessante che accomuna Sturtevant e Duchamp, entrambi fondamentalmente impegnati a sfidare e ridefinire il significato dell’arte attraverso la loro pratica. La mostra alla Thaddaeus Ropac di Milano coinciderà con la grande retrospettiva sull’opera di Marcel Duchamp che aprirà al Museum of Modern Art di New York il 12 aprile 2026.

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